PETER COTTICELLI

Lo vedi questo sguardo? E' di rassegnazione? No. Di angoscia? Nemmeno. E' di rabbia? Quasi. E' di incomprensione. La gente non mi capisce. Io non capisco la gente. Cammino fra la gente. Calpesto lo stesso suolo di tutte quelle mamme, bambini, vecchi e decrepiti che infestano la città. Eppure, mi sembra di essere lontano. Anni luce. Così lontano da non sentire nemmeno quello che dicono, passeggiando per la strada.

Sono distante. Vivo in una bolla che scorre attorno alle altre, ormai come un rifugio sacro. Un simulacro di quello che ero o che vorrei essere. Non ho mai compreso bene che diavolo io abbia in testa. So che c'è qualcosa che non torna. Qualcosa che crea conflitto. Un dramma. Una dimenticanza della natura.

Eppure esisto. Sono qui. Giorno dopo giorno. Pensi che mi stia confessando? E se, invece, foste voi a confessarmi tutto quanto? Anzi, ad ammetterlo, tacitamente. Io non vi posso sentire. Silenzio assenso? Possibile. La cosa dovrebbe lasciarvi come minimo sgomenti se non atterriti.

Forse lo ammetterò mai ma mi piace. Mi piace la sensazione di straniamento che alcuni provano nell'incontrarmi. Mi infonde fiducia. Non nel prossimo, per carità. Per quello non ho speranze. Ma in me. Nelle mie capacità. Mi sono fatto strada da solo, in tutti questi anni. Con forza. Con violenza, forse. Anzi, decisamente. E' ora che lo ammetta.

Mi guardo attorno e vedo solo pioggia. Qualcosa che ho dentro, da sempre. Una pioggia battente che smeriglia il mio ego. Qualcosa non va, in me. Anche se non so cos'è. O cosa possa essere. Sono taciturno ma per scelta, non per indole. La mia vera natura è un'altra. Ma è celata al mondo. A cominciare da me stesso.